Un collezionista di vetri infranti, foto matte nel labirinto della vita

-Lo sguardo di Pietro Basoccu, medico pediatra fotografo, nell’intimità di una casa-famiglia, in Sardegna. A quarant’anni dalla legge Basaglia che, non bisogna mai dimenticarlo, ha restituito ai “matti” libertà, diritti e dignità.

-“Le fotografie sono una verità sopra le nostre spalle che ci tocca la testa per farci voltare”. La verità della solitudine, se la cura non può contare anche sull’abbraccio collettivo dell’intera società…

Foto matte nel labirinto della vita

 

“Una fotografia è un soffio che frattura un vetro posato sul mondo… Il fotografo è un vetraio, ma anche un collezionista di vetri infranti, dietro ai quali appaiono fantasmi che ci attraversano”.
Non trovo espressione migliore di questa di Serge Pey, per esprimere quello che ho provato sfogliando le foto con le quali Pietro Basoccu racconta la vita di una casa-famiglia. Nel labirinto della vita, s’intitola il lavoro, dove le immagini, introdotte da una riflessione dello psichiatra Vittorino Andreoli, che è stupore di fronte a “fotografie matte” che “sono bellissime”, sono anche accompagnate dalla poesia di Serge Pey, poeta visivo e tante altre cose ancora.
Ho incontrato per la prima volta la bellezza delle fotografie di Pietro Basoccu, che è medico pediatra fotografo, nel racconto di un carcere della Sardegna, Captivi… dove il bianco e nero dipinge il grigio di un’ossessione, attraverso la quotidianità di dettagli che compongono vite che non riusciamo a immaginare, e forse neppure lo vogliamo…
In bianco e nero anche le stanze della residenza psichiatrica nella cui intimità Pietro Basoccu ci fa entrare.

Marisa, Annalisa, Antonio, Giancarlo, Mina, Sahar, Gisella, Manuela… (e chissà chi, fra i ritratti di donne, è quella che… “sono troppo carina”) gli ospiti della casa-famiglia, che con infinita delicatezza negli scatti viene raccontata. A quarant’anni dalla legge Basaglia che, non bisogna mai dimenticarlo, ha restituito ai “matti” libertà, diritti e dignità. Mentre ancora la strada per la sua piena attuazione sembra in salita.
Ci ricorda Andreoli che sugli oltre 400 Servizi di Diagnosi e Cura, solo 23 non usano mezzi di contenzione, “il che significa legare i pazienti e accettare come strumento di cura metodi violenti”. Mentre il tempo medio di un ricovero è fra i dodici e i quattordici giorni, “periodo che non è nemmeno sufficiente per valutare, fatta la diagnosi, se funzioni uno strumento terapeutico di qualsiasi genere esso sia” e, ancora, “il tempo di una visita psichiatrica nei Servizi territoriali mediamente non supera i 15 minuti”.

E se un ruolo determinante nella cura è da attribuire alle strutture sociali, a cominciare da quella familiare, per una cura che responsabilizzi tutti i cittadini indistintamente come soggetti che aspirano a vivere in comunità civili e pacificate, le fotografie della casa-famiglia raccontata da Basoccu sono testimonianza di tanta solitudine… che l’immagine di un tuffo al mare, qualche timido sorriso e i peluche appesi per le orecchie al filo per i panni non cancellano, e ci soffocano della più straziante delle tenerezze…
Il labirinto della vita, ci raccontano queste foto, può smarrirsi nelle lesioni di un vetro infranto, diventare un puzzle troppo difficile da risolvere, fermarsi in una stella da appendere in alto a destra, sulla trasparenza di una tenda…
Così, con passo felpato… scivoliamo nei corridoi, sbirciamo attraverso porte, cerchiamo di indovinare volti, quando nascosti dietro un velo, un lenzuolo, un gioco di mappamondo…

E attraversiamo la vita intima di una casa-famiglia che non riesce ad allontanare da chi vi abita il pensiero della prigione. Lo suggeriscono le scritte sui muri, le date scolorite, la solitudine delle parole, lo sguardo che cerca il mondo di qua dal vetro, i profili curvi di qua dalle inferriate di un balcone, che sono attesa del nulla… Lo suggerisce un mucchio di mozziconi di sigaretta che immagini con avidità fumate. Mozziconi di sigaretta, “code di comete spente”, le definisce Pey.
Una foto sorprende un disegno su una parete (un “affresco”, un graffito?) che più esplicito non potrebbe essere: le case hanno finestre di prigioni, un uomo guarda attraverso una grata, c’è un cane di guardia, un uccello tenta un volo… tutto è inferriate e catene e il centro del disegno è un lucchetto, che chiude il più grande dei cancelli, attraverso il quale solo un minuscolo uccello riesce a fuggire…

Non finiresti mai di sfogliarle queste immagini…
Un viso si nasconde dietro un grande quaderno a quadretti, aperto. Le pagine riempite fitte fitte da una scrittura in stampatello. Leggo distrattamente… poi una frase mi inchioda… riconosco i versi di Guccini… Eskimo, un canto che quelli della mia generazione sanno a memoria.. E il dolore dell’uomo che si nasconde dietro quelle pagine è il mio dolore…
“Non parlatemi, non salutate, non confessate// con il mio accendino darò fuoco al fuoco…” ancora un verso-commento di Pey.

La solitudine grida la sua accusa. E’ il dettaglio del piano di un tavolino su cui è poggiato, fra le tante cose, un biglietto: “io sto lottando fra la vita e la morte. Sono in uno stato di estrema stanchezza, la mia famiglia non si interessa a me. Mi hanno scaricato qui …. Io sono alla casa famiglia dal 30 marzo 2008… Io non voglio morire, voglio rendere testimonianza per chi non ha voce, per chi è stato abbandonato in queste strutture. I manicomi sono stati chiusi, ma in noi è rimasto il male di vivere…”

E come non condividere l’augurio che Vittorino Andreoli fa a Pietro Basoccu: poter entrare presto con la sua macchina fotografica nelle famiglie, “in quelle in cui un componente abbia sofferto di disturbo mentale e in cui, guarito, sia ritornato”.
“Nel labirinto della vita” è in questi giorni, e fino al 2 febbraio, in mostra a casa Lai, il museo comunale di Arzana, nel cuore dell’Ogliastra, la terra dove Pietro Basoccu vive. E noi speriamo che con le sue foto attraversi il mare, per portare in giro per il mondo il grido di tanto silenzio. Se, come scrive Pey, “le fotografie sono una verità sopra le nostre spalle che ci tocca la testa per farci voltare”.

source: remocontro.it

Luigi Ghirri a Parigi

La mappa del territorio delle emozioni e della fotografia di Luigi Ghirri, illumina Arte Fiera 2019, la Parigi di sempre e il paesaggio contemporaneo con nuovi incanti

Luigi Ghirri, L'Île-Rousse, specchio, riflesso donna

LUIGI GHIRRI, L’ÎLE-ROUSSE, 1976, BIBLIOTHÈQUE NATIONALE DE FRANCE © EREDI LUIGI GHIRRI

Certi spazi è tutta una questione di come li abiti. Qui o nell’incantevole L’Île-Rousse francese, basta il riflesso di un frammento di realtà, ad accendere la memoria, la fantasia, il desiderio del paesaggio umano, da scoprire con altri occhi e la complicità della luce (e parecchia emozione). In questo caso, anche grazie alla fotografia di Luigi Ghirri che mappa il territorio delle emozioni, dalla sua Modena in minigonna e l’Italia rivoluzionata dagli anni Settanta, al paesaggio del mondo a perdita d’occhio che continuerà a cambiare, restando profondamente uguale a se stesso, a noi (al contemporaneo). Grazie al cartografo di un territorio sovversivo, quanto la sublime relazione che intrattiene tra quello che è interno ed esterno, come la luce che regala nuovo incanto alla Parigi di sempre (ma attraversata con i tacchi alti). La Ville Lumière innamorata della luce, pronta a lasciarsi rileggerere dalla sua geografia della visione e del paesaggio contemporaneo con The Map and the Territory. Una retrospettiva illuminante e itinerante, esposta al Museum Folkwang di Essen e al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, prima di arrivare in mostra alla Galleria nazionale del Jeu de Paume di Parigi (12 febbraio – 2 giugno 2019). Questo fine settimana anche ad Arte Fiera 2019con il suo interno italiano.

« Più che scattare fotografie, il mio intento era creare carte e mappe che fossero allo stesso tempo fotografie » – Luigi Ghirri

Da qui parte un nuovo viaggio, perché questa retrospettiva curata da James Lingwood, è la prima a lasciare l’Italia per concentrarsi su un decennio di profondo cambiamento per il mondo e la mappa del paesaggio della visione di Ghirri. Già profondamente consapevole di paesaggi di cartoneche hanno smarrito il confine con la finzione della pubblicità, o degli accessi di realtà di un paese dei balocchi, destinato a intraprendere un viaggio in Italiasenza precedenti.

« Cerco un punto di vista sul mondo esterno e una visione su un mondo più nascosto, interiore, di attenzione, di memorie spesso trascurate » – Luigi Ghirri

Negli anni Settanta la visione del paesaggio ghirriano inizia a stravolgere i luoghi comuni e gli stereotipi da cartolina, indugiando sul fascino delle piccole cose del quotidiano e gli orizzonti evanescenti del familiare. Quella dimensione poetica che abita le immagini, capace di spingersi oltre l’arcobaleno su una stradina di Alessandria, o i giochi in riva al mare di Rimini.

Luigi Ghirri, paesaggio, spiaggia di rimini
Luigi Ghirri, Lido di spina, 1974

© Eredi Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, viaggi
Luigi Ghirri, Salzburg, 1977

Collection privée, Courtesy Matthew Marks Gallery © Eredi Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, cartellone pubblicitario, coppia
Luigi Ghirri, Modena, 1971

Courtesy Matthew Marks Gallery © Eredi Luigi Ghirri

 

Questa grande retrospettiva riprende la cartografia della sua mostra Vera Fotografia, presentata nel 1979 al centro espositivo dell’Università di Parma, con un labirinto d’illusioni, e specchi che mostrano la verità. L’unica possibile per la fotografia. Quella di ogni sguardo.

Ogni frammento d’immagine continua il viaggio, partito con l’esplorazione dei codici della nostra rappresentazione della realtà, messi a fuoco tra le pagine di un Atlante (1972) geografico. Tra le pareti di casa e le pieghe dell’immaginario di un geometra dal temperamento visionario. Scomparso troppo presto (a quarantanove anni), mentre la sua geografia della visione e della fotografia, continua a illuminarci, senza risparmiare nuovi incanti al paesaggio contemporaneo.

« credo di aver appreso dall’arte concettuale la possibilità di partire dalle cose più semplici, dall’ovvio, per rivederle sotto un’altra luce » – Luigi Ghirri

Luigi Ghirri, Modena, minigonna
Luigi Ghirri, Modena, 1972

CSAC, Università di Parma © Eredi Luigi Ghirri
Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, Brest, 1972

CSAC, Università di Parma © Eredi Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, vestito donna
Luigi Ghirri, Carpi, 1973

CSAC, Università di Parma © Eredi Luigi Ghirri

Il paesaggio interiore aspetta solo di essere esplorato, sentito, ma chi questo weekend passa per la 43esima edizione della Fiera internazionale d’arte contemporanea di Bologna, più approfittare dell’emozione dei luoghi che lascia emergere l’identità e il senso all’abitare, in mostra con Luigi Ghirri. Interno italiano. Per l’occasione, sabato 2 febbraio, un percorso guidato dalla curatrice Elena Re, apre all’arte anche il nuovo ufficio di Jacobacci & Partners.

Luigi Ghirri, Modena, ogghi, sguardo
Luigi Ghirri, Modena, 1973
source: Marie Claire

I Want Your Love

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Nel 2018 è uscito I want your love, il nuovo libro autobiografico del fotografo statunitense Richard Renaldi (1968). Attraverso un archivio di foto scattate per più di vent’anni, in questo volume Renaldi si chiede cosa significhi essere alla continua ricerca di se stessi e degli altri; s’interroga sul difficile rapporto con i genitori, e racconta gli eventi che hanno segnato di più il suo percorso personale, dalle proteste per i diritti civili della comunità lgbt alla scoperta di essere sieropositivo.

Fino al 15 marzo 2019 questo lavoro è al centro della mostra On love and other matters alla galleria Spazio Labò di Bologna. La mostra ospita anche delle serie inedite di Renaldi, tra cui Pier 45 e Hotel room portraits.

Pier 45 è un’indagine che Renaldi ha condotto dal 1993 al 2010 sul molo di New York che dagli anni settanta alla fine degli anni ottanta è stato un punto di riferimento per la comunità lgbt della città.

Hotel room portraits invece è una serie cominciata nel 1999 e ancora in corso, che Renaldi realizza con il suo compagno, il fotografo Seth Boyd. Ambientata in quattro continenti, consiste in una serie di ritratti scattati all’interno delle camere di albergo dove la coppia ha soggiornato, per riflettere sul tempo e sulla durata di una relazione.