Selene & Luca – Genuine Love

A true love can move mountains. Young and beautiful, Selene and Luca fell in love in school and since then they have been always together. During their wedding you could have really felt the joy and the happiness, they are two contagous people spreading love and kindness.

 

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Sunset Proposal in Florence

Shane called me to set up an amazing proposal in a Florentine Villa. He wanted to surprise Brittany and wanted me to be hidden behind a three to just let her feel free to be herself in that moment. What can I say, they are beautiful and she said: “YES!”.

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Le splendide istantanee di Stanley Kubrick nella Metropolitana di New York nel 1946

Molto prima di diventare il regista “icona” del cinema mondiale, Stanley Kubrik lavorò come fotografo per la rivista Look e per altre pubblicazioni nella città di New York, un periodo creativo che durò dal 1945 al 1950. Tra i reportage pubblicati dall’allora fotografo, tanti vertevano sulla documentazione della vita della Grande Mela, comprese le fotografie nell’ambiente forse più urbano che esista:

La Metro di New York nel 1946 fotografata da Stanley Kubrick 08

Nella “Subway” il genio cinematografico trovò un ambiente prolifico di personaggi e situazioni assolutamente degne di essere raccontate, e vi si dedicò in modo esclusivo per 2 settimane, durante il 1946, quando fotografò la linfa vitale che si muoveva fra le arterie sotterranee della “città che non dorme mai“.

La Metro di New York nel 1946 fotografata da Stanley Kubrick 03

Le immagini ritraggono momenti romantici, divertenti o semplici particolari di vita che trasportano lo spettatore nell’epoca dell’immediato dopoguerra americano, il momento in cui gli Stati Uniti si trasformarono nella prima potenza economica e politica mondiale. Le difficoltà tecniche di realizzazione furono elevate a causa dei movimenti e delle vibrazioni delle carrozze, che obbligavano Kubrick a scattare solo nel momento in cui la metropolitana era ferma.

La Metro di New York nel 1946 fotografata da Stanley Kubrick 05

Non era inoltre raro che, proprio nel momento in cui aveva il dito sul pulsante di scatto, un altro passeggero si alzasse e gli passasse improvvisamente davanti, oppure che il suo soggetto compisse un movimento improvviso, come l’alzarsi o sistemarsi i capelli.

La Metro di New York nel 1946 fotografata da Stanley Kubrick 04

La serie fotografica è assolutamente significativa, un documento di un’epoca ormai lontana che ritrae gli statunitensi all’alba della loro affermazione culturale ed economica mondiale.

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Anche se oggi le fotografie di strada sono certamente fra le più comuni, bisogna pensare che, all’epoca, dedicare tempo e risorse ad una serie così sub-urbana non era operazione banale, e in questo aspetto della fotografia il genio cinematografico mostra la sua voglia di innovazione e cambiamento, anche all’età di soli 18 anni.

La Metro di New York nel 1946 fotografata da Stanley Kubrick 10

La serie fa parte di una più ampia serie fotografica degli anni ’40 firmata da Kubrick, che mostra New York in una veste molto diversa da quella attuale.

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Lauren & Mark

Just a beautiful couple, already a family, then imagine a wedding, a beautiful one in a dreamy Castel….

 

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Shunya & Kana

Imagine the sunrise in a deserted Florence, imagine a beautiful oriental couple, imagine the love…

 

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Mostra all’Hangarbicocca

L’HANGARBICOCCA OSPITA UNA DELLE MOSTRE PIÙ COMPLESSE ED ETEREE CHE LA FONDAZIONE ABBIA MAI REALIZZATO, OFFRENDO ALL’ARTISTA GALLESE LA POSSIBILITÀ DI RISCRIVERE LO SPAZIO COME UNA SCENOGRAFIA CHE CITA IL TEATRO NŌ, LA CHIMICA, L’ASTROFISICA E OGNI LIMITE INESPLORATO DELL’IMPERCETTIBILITÀ.

La navata centrale di HangarBicocca sembra deflagrare. Sezionata da sciabole di luce, da colonne portanti o da moti planetari. Non sembrano mai esserci stati precedenti, nella storia dello spazio. La luminosità addensata, il lucore sobrio e il contrasto fra queste due tonalità spingono il buio a modificarsi, non lasciando alcun dubbio sulla monumentalità assente di una necessaria apparizione. .…the Illuminating Gas si presenta come un enorme pentagramma, scompaginato e poi sospeso. Cerith Wyn Evans (Llanelli, Galles, 1958; vive a Londra) può finalmente mostrarsi. Venticinque opere tra sculture storiche, complesse installazioni e nuove produzioni, tra interventi site specific e gestuali, rivelano l’utilizzo di elementi e materiali effimeri come la luce e il suono, avendo come centralità la dimensione temporale nella fruizione dell’opera. Questa mostra è un roboante inno alla percezione, al linguaggio dell’infinito e della sua trasposizione nella realtà, modificando il concetto di vuoto, come terapia di ricerca, senza più punto di fuga. Abbiamo incontrato l’artista a qualche minuto dall’inaugurazione, per comprendere in profondità quali fossero le sue reali sensazioni nei confronti di un percorso tanto complesso e solo all’apparenza eseguito senza incontrare problematicità.

PAROLA ALL’ARTISTA

Sono tornato più volte negli spazi, soprattutto per godermi percorsi espositivi come quelli dedicati a Mario Merz e a Lucio Fontana”, afferma Cerith Wyn Evans. “L’ho fatto non tanto perché sapevo che avrei dovuto lavorarci anche io, quanto piuttosto perché volevo vedere come avrebbe reagito questa sorta di cattedrale, nei confronti di due grandi maestri. La mostra dedicata a Fontana, forse, mi è sembrata più complessa, perché ha dovuto contenere altri spazi, creati a partire da quello principale. L’opera sinfonica dedicata a Merz ha invece portato ai miei occhi una visione: sembrava che quegli enormi igloo fossero pronti a ‘correre’ incontro al visitatore, muovendosi all’interno di queste grandi absidi. Eppure l’impressione era di avvicinare una presenza fisica quasi permanente, che permetteva di aggirare il vuoto. Ma posso serenamente dire che il lavoro di Lucio Fontana era più ascetico, più vicino alle mie ricerche. Sapevo che avrei dovuto occupare questo edificio dopo di loro, e non solo ho provato un grande onore, ma anche molta incertezza, forse qualcosa di simile alla preoccupazione”.
Concepita come una composizione armonica di luce, energia e suono, …the Illuminating Gas è la più grande mostra mai realizzata sul lavoro dell’artista, che ricorda: “È uno spazio in grado di richiedere così tanto, in termini emotivi, fisici, mentali che si diventa capaci di porre domande alle quali, ancora adesso, io non sono in grado di dare una risposta. Ho visto, ovviamente, HangarBicocca vuoto, in fase di allestimento di altre mostre, e ho sempre pensato: ‘adesso io che cosa dovrò fare?’ Mi sono sentito come quei piccoli animaletti marini che, sul fondale, sono obbligati ad abbandonare la propria conchiglia per cercarne una più grande. Ho dovuto abbandonare alcune produzioni per muovermi oltre. Ho dovuto addentrarmi in questo magniloquente spazio che per me è una sorta di cattedrale senza alcuna fede. È un tempio di una religione dimenticata. Ma io non intendo presentare una nuova ritualità, o una moderna religiosità, piuttosto, invece, riesco a comprendere secondo quali modalità l’arte arrivi a scardinare luoghi di catastrofiche profezie. Succede sempre quando ci si trova davanti troppa magnificenza, sono costantemente impressionato dalle proporzioni, dalle scale di questi lavori, installati in HangarBicocca. Non mi abituerò mai, credo”.

LA MOSTRA

Il progetto espositivo include una nuova configurazione di Forms in Space… by Light (in Time) (2017), originariamente concepita per le Duveen Galleries della Tate Britain di Londra e StarStarStar/Steer (totransversephoton) (2019), opera appositamente realizzata per la mostra, che ne apre il percorso creando una coreografia di luci e ombre che a intermittenza invadono lo spazio. “Visito spesso molte mostre, durante l’anno, e non amo vedere quante stanze esistano, in sequenza, dedicate a uno stesso artista che cerca di ricreare una sorta di connessione tra uno spazio e l’altro. Amo, ad esempio, invece, l’idea di poter ripercorrere, avanti e indietro, il percorso in HangarBicocca, creando se possibile due, o più, diverse mostre, a seconda di come le si attraversa. Senza che nessuno sia obbligato a raccontare, a ogni diverso passaggio, quel che significhi cosa. Nessun lavoro è un lavoro teso a rappresentare un significato. Bisogna resistere a questo concetto dell’interpretazione”.
Nella loro eleganza ed equilibrio formale, i lavori di Cerith Wyn Evans attingono da una complessità di riferimenti e citazioni – dalla letteratura alla musica alla filosofia alla fotografia alla poesia alla storia dell’arte all’astronomia e alla scienza –, che vengono declinati in forme del tutto nuove attraverso un articolato processo di montaggio. Questa operazione avviene sia attraverso l’impiego di materiali testuali che, decontestualizzati, vengono tradotti in un linguaggio luminoso – ad esempio sotto forma di scritte al neon, fuochi d’artificio o pulsazioni di luce – sia trasponendo in sculture l’immaginario di artisti storici, come Marcel Duchamp, o il repertorio di gesti del teatro giapponese Nō, come nella serie Neon Forms (after Noh) (2015-2019).

Source: Artribune

Cosa intendiamo quando parliamo di fotografia?

Metafotografia è un progetto espositivo che coinvolge l’avanguardia fotografica contemporanea italiana. Gli algoritmi di correzione dell’immagine, il deep web, l’uso delle telecamere di sorveglianza e dello scanner al posto dell’obiettivo della macchina fotografica sono solo alcuni dei metodi e delle modalità di ricerca scelti dagli autori inclusi nella mostra in corso al museo Baco di Bergamo. 

L’idea della mostra nasce da alcune domande che si sono posti i due curatori Mauro Zanchi e Sara Benaglia: è stato già tutto fotografato? Google e gli sterminati archivi del mondo mostrano tutto ciò che esiste ed è visibile? 

Gli artisti coinvolti – tra cui Giulia Flavia Baczynski, Alessandro Calabrese, Paolo Ciregia e Giorgio Di Noto – hanno cercato di andare oltre l’estetica del momento. Ma anche oltre la post-fotografia: “Oltre la furia delle immagini già scattate, prodotte, trovate, accumulate, ritagliate, classificate, archiviate, dovremmo rivedere l’immagine, il suo potere evocativo, ampliando i confini, dilatando le sue qualità profetiche”, spiegano i curatori. “La metafotografia cerca di far affiorare i meccanismi percettivi di un’immagine, lo spostamento fisico mentale che un’immagine visiva mette in azione”. 

La mostra, che durerà fino al 4 novembre, è accompagnata da un catalogo pubblicato da Skinnerbox.

Source: Internazionale

La Fotografia di Ferdinando Scianna a Venezia

CASA DEI TRE OCI, VENEZIA – FINO AL 2 FEBBRAIO 2020. CINQUANT’ANNI DI VIAGGI E STORIE. LA MOSTRA ANTOLOGICA DI FERDINANDO SCIANNA SI SVILUPPA ATTRAVERSO UN INTRECCIO CONTINUO TRA NARRAZIONE E IMMAGINI.

Marpessa. Caltagirone, 1987 © Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna (Bagheria, 1943) si è sempre definito un reporter piuttosto che un fotografo, e come tale è sempre stato alla ricerca di immagini che parlassero del mondo, che recuperassero una storia o una memoria. Secondo le parole del fotografo, “la fotografia era la possibilità del racconto di una vicenda umana. Questo il mio maestro mi fece capire, e mi introdusse a una certa maniera di vedere le cose, di leggere, di pensare, di situarsi nei confronti del mondo”. L’audioguida, con la voce narrante di Scianna, aggiunge alla visita della mostra una lettura di tipo diverso, poetico, antropologico o di testimonianza, e produce un ulteriore senso, rivelando anche lo stretto rapporto che intercorre tra la sua scrittura e le fotografie.
Le prime immagini della Sicilia e dei suoi abitanti, con le loro coinvolgenti feste legate al culto, testimoniano una ricerca quasi di tipo etnografico: il fotografo che si cala invisibile tra le persone e riesce così ad afferrare ciò che accade intorno a lui. Immortalare i paesaggi di persone in pochi attimi è la spinta, non solo per consegnare una memoria, ma per dare un significato alle cose: i rituali per i defunti che si mescolano ai rituali della moda, il considerarsi americano o l’essere escluso da quel sogno, molti scatti raccontano una moltitudine di persone, le società e i loro simboli.

New York, 1985 © Ferdinando Scianna

MODA E BIANCO E NERO

Le fotografie di moda, che hanno portato Scianna a un differente approccio come regista e costruttore di immagini, contengono sempre un punto d’incontro con la realtà consegnato anche dal caso: “negli azzardi dell’incontro con il mondo” diventano anch’esse immagini trovate. Nel fascino del paesaggio veneziano ritrova quell’imprevedibilità, quel senso sfuggevole ed etereo del mondo della moda. Inoltre, dai dettagli che emergono nei ritrattifotografici svela i retroscena degli scatti o racconta qualcosa del personaggio ritratto: nella fotografia di Jorge Luis Borges la sovraimpressione della pellicola rimanda alla passione per gli specchi condivisa da Scianna, ma anche a quel “realismo magico” che si trova nei racconti del suo amico scrittore.
Il bianco e nero con netti contrasti che prevale in questa mostra è il mezzo per raccontare la figura della donna, il lavoro e la sua fatica, i bambini con il loro naturale ottimismo, un sentire e un interrogarsi sulla sofferenza, la solitudine e le ossessioni. Una fotografia che, come uno specchio, ci rimanda immagini di mondi da raccontare e scoprire.

 

Source: Artribune

La solitudine dei distributori giapponesi fotografati da Eiji Ohashi

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Shine è una fantastica e poetica serie del fotografo giapponese Eiji Ohashi incentrata totalmente sui distributori automatici.

Con oltre 5 milioni di distributori in tutto il Giappone, funzionati 24 ore su 24, il fotografo si è soffermato sulla loro singolare sorgente luminosa che illumina il paesaggio della sua piccola cittadina Hokkaido.

A come il paesaggio li integri tra neve, pianure e scorci cittadini; a come siano abbandonati ed isolati in un armonica bellezza tra oggetto e natura.

Come si avvicina il crepuscolo, i distributori stradali si illuminano nelle città e nelle periferie. Queste scene di distributori automatici, normalmente in piedi sul bordo della strada, sono particolari al Giappone. Le macchine distributrici in centro o nel deserto, poste in piedi in solitudine, sono un’immagine di solitudine. Lavorano instancabilmente, sia che si tratti di giorno o di notte. Ma una volta che le loro vendite diminuiscono, vengono portate via. Se non si accendono e brillano, smetteranno di esistere. Potrebbe esserci qualcosa di umano in loro.

-Eiji Ohashi

Foto Copyright: EIJI OHASHI Photographer

 

Source: objectsmag.it

Peace Prize for Sebastião Salgado

Sebastião Salgado, one of the most renowned and important photographers of our day, has been honoured with the Peace Prize of the German Book Trade Association. This is the first time that the award, launched in 1950, has been given to a photographer.

The statutes of the Peace Prize declare that: “The foundation serves peace, humanity and understanding between people.” The award honours personalities from the fields of art, literature and science. This year the foundation’s council chose the Brazilian photographer Sebastião Salgado, because his convincing life’s work has shown him to be a committed champion for humanity and the protection of the environment. By honouring Salgado, the foundation is distinguishing “an artist whose photographs promote social justice and peace, and add urgency to the worldwide debate on the protection of nature and the climate. In addition, with his Instituto Terra, Salgado has created an entity that contributes directly to the restoration of biodiversity and the ecosystem”.

Salgado’s touching motifs are always produced in black and white. His images reflect deeply humane feelings towards people, such as workers and migrants displaced through war or climatic catastrophes, who battle to survive under the most extreme circumstances. His photo book Gold reveals truth with bizarre beauty. First published in 1986 and more recently republished in an extended version, Gold shows the horrific reality for thousands of miners. Time and again, Salgado manages to bring not only the living conditions of otherwise overlooked groups of people to the attention of viewers, but also the dangers posed to the planet’s environment.

Salgado’s photo books and exhibitions – without forgetting the Oscar-nominated, documentary film about his life and work, The Salt of the Earth, directed by his son Juliano Ribeiro Salgado and the German photographer and director, Wim Wenders – have reached millions. He has received a number of international awards; among such recognitions, Salgado is the only photographer to be honoured twice with the Leica Oskar Barnack Award (1985 and 1992). The German Book Trade’s Peace Prize, which comes with prize money amounting to 25,000 euros, further demonstrates  appreciation and respect for Salgado’s social commitment and his photographic performance. (Ulrich Rüter)

 

Source:  LFI