Mostra all’Hangarbicocca

L’HANGARBICOCCA OSPITA UNA DELLE MOSTRE PIÙ COMPLESSE ED ETEREE CHE LA FONDAZIONE ABBIA MAI REALIZZATO, OFFRENDO ALL’ARTISTA GALLESE LA POSSIBILITÀ DI RISCRIVERE LO SPAZIO COME UNA SCENOGRAFIA CHE CITA IL TEATRO NŌ, LA CHIMICA, L’ASTROFISICA E OGNI LIMITE INESPLORATO DELL’IMPERCETTIBILITÀ.

La navata centrale di HangarBicocca sembra deflagrare. Sezionata da sciabole di luce, da colonne portanti o da moti planetari. Non sembrano mai esserci stati precedenti, nella storia dello spazio. La luminosità addensata, il lucore sobrio e il contrasto fra queste due tonalità spingono il buio a modificarsi, non lasciando alcun dubbio sulla monumentalità assente di una necessaria apparizione. .…the Illuminating Gas si presenta come un enorme pentagramma, scompaginato e poi sospeso. Cerith Wyn Evans (Llanelli, Galles, 1958; vive a Londra) può finalmente mostrarsi. Venticinque opere tra sculture storiche, complesse installazioni e nuove produzioni, tra interventi site specific e gestuali, rivelano l’utilizzo di elementi e materiali effimeri come la luce e il suono, avendo come centralità la dimensione temporale nella fruizione dell’opera. Questa mostra è un roboante inno alla percezione, al linguaggio dell’infinito e della sua trasposizione nella realtà, modificando il concetto di vuoto, come terapia di ricerca, senza più punto di fuga. Abbiamo incontrato l’artista a qualche minuto dall’inaugurazione, per comprendere in profondità quali fossero le sue reali sensazioni nei confronti di un percorso tanto complesso e solo all’apparenza eseguito senza incontrare problematicità.

PAROLA ALL’ARTISTA

Sono tornato più volte negli spazi, soprattutto per godermi percorsi espositivi come quelli dedicati a Mario Merz e a Lucio Fontana”, afferma Cerith Wyn Evans. “L’ho fatto non tanto perché sapevo che avrei dovuto lavorarci anche io, quanto piuttosto perché volevo vedere come avrebbe reagito questa sorta di cattedrale, nei confronti di due grandi maestri. La mostra dedicata a Fontana, forse, mi è sembrata più complessa, perché ha dovuto contenere altri spazi, creati a partire da quello principale. L’opera sinfonica dedicata a Merz ha invece portato ai miei occhi una visione: sembrava che quegli enormi igloo fossero pronti a ‘correre’ incontro al visitatore, muovendosi all’interno di queste grandi absidi. Eppure l’impressione era di avvicinare una presenza fisica quasi permanente, che permetteva di aggirare il vuoto. Ma posso serenamente dire che il lavoro di Lucio Fontana era più ascetico, più vicino alle mie ricerche. Sapevo che avrei dovuto occupare questo edificio dopo di loro, e non solo ho provato un grande onore, ma anche molta incertezza, forse qualcosa di simile alla preoccupazione”.
Concepita come una composizione armonica di luce, energia e suono, …the Illuminating Gas è la più grande mostra mai realizzata sul lavoro dell’artista, che ricorda: “È uno spazio in grado di richiedere così tanto, in termini emotivi, fisici, mentali che si diventa capaci di porre domande alle quali, ancora adesso, io non sono in grado di dare una risposta. Ho visto, ovviamente, HangarBicocca vuoto, in fase di allestimento di altre mostre, e ho sempre pensato: ‘adesso io che cosa dovrò fare?’ Mi sono sentito come quei piccoli animaletti marini che, sul fondale, sono obbligati ad abbandonare la propria conchiglia per cercarne una più grande. Ho dovuto abbandonare alcune produzioni per muovermi oltre. Ho dovuto addentrarmi in questo magniloquente spazio che per me è una sorta di cattedrale senza alcuna fede. È un tempio di una religione dimenticata. Ma io non intendo presentare una nuova ritualità, o una moderna religiosità, piuttosto, invece, riesco a comprendere secondo quali modalità l’arte arrivi a scardinare luoghi di catastrofiche profezie. Succede sempre quando ci si trova davanti troppa magnificenza, sono costantemente impressionato dalle proporzioni, dalle scale di questi lavori, installati in HangarBicocca. Non mi abituerò mai, credo”.

LA MOSTRA

Il progetto espositivo include una nuova configurazione di Forms in Space… by Light (in Time) (2017), originariamente concepita per le Duveen Galleries della Tate Britain di Londra e StarStarStar/Steer (totransversephoton) (2019), opera appositamente realizzata per la mostra, che ne apre il percorso creando una coreografia di luci e ombre che a intermittenza invadono lo spazio. “Visito spesso molte mostre, durante l’anno, e non amo vedere quante stanze esistano, in sequenza, dedicate a uno stesso artista che cerca di ricreare una sorta di connessione tra uno spazio e l’altro. Amo, ad esempio, invece, l’idea di poter ripercorrere, avanti e indietro, il percorso in HangarBicocca, creando se possibile due, o più, diverse mostre, a seconda di come le si attraversa. Senza che nessuno sia obbligato a raccontare, a ogni diverso passaggio, quel che significhi cosa. Nessun lavoro è un lavoro teso a rappresentare un significato. Bisogna resistere a questo concetto dell’interpretazione”.
Nella loro eleganza ed equilibrio formale, i lavori di Cerith Wyn Evans attingono da una complessità di riferimenti e citazioni – dalla letteratura alla musica alla filosofia alla fotografia alla poesia alla storia dell’arte all’astronomia e alla scienza –, che vengono declinati in forme del tutto nuove attraverso un articolato processo di montaggio. Questa operazione avviene sia attraverso l’impiego di materiali testuali che, decontestualizzati, vengono tradotti in un linguaggio luminoso – ad esempio sotto forma di scritte al neon, fuochi d’artificio o pulsazioni di luce – sia trasponendo in sculture l’immaginario di artisti storici, come Marcel Duchamp, o il repertorio di gesti del teatro giapponese Nō, come nella serie Neon Forms (after Noh) (2015-2019).

Source: Artribune